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Le stimmate di S. Francesco e S. Bonaventura da Bagnoregio
Le stimmate di S. Francesco e S. Bonaventura da Bagnoregio.
Il Francesco che Bonaventura da Bagnoregio consegnò alla devozione dei posteri fu soprattutto il Francesco delle stimmate.
Oggi parlare di stimmate vuol dire riferirsi a un fenomeno noto, anche se fuor del comune. Ai tempi di Francesco si trattò invece di un fatto incredibile. Non esiste alcun santo stimmatizzato prima di lui.
Gregorio IX, il pontefice che proclamò santo Francesco con tanta rapidità nel 1228, appena due anni dopo la morte, nella bolla di canonizzazione tacque del tutto a proposito delle stimmate.
Gli occorse una decina di anni per cambiare idea. Fra il 1237 e il 1291, ben nove bolle di pontefici sono rivolte contro chi non crede alle stimmate: anzitutto i Domenicani, che inizieranno una lunga lotta per sottrarre ai Francescani l’esclusiva del privilegio, vantando le stimmate invisibili della loro santa, Caterina da Siena.
Contrari alle stimate erano perfino alcuni Francescani. Ma anche i pittori si ostinavano a non dipingere i sacri segni e, se li dipingevano, assai spesso venivano cancellati da mani di ignoti fedeli. Più che un miracolo, molti ritenevano le stimate una bestemmia contro Cristo (un uomo sarebbe stato divinizzato dalle ferite di Cristo in croce).
L’ICONOGRFIA FRANCESCANA. Quando Giotto (e i suoi aiuti) si accinse a illustrare, alla fine del ‘200, nella chiesa madre dell’Ordine, la vita del fondatore, le polemiche sulla veridicità del miracolo non erano affatto spente.
Il racconto del miracolo, prima di Bonaventura e di Giotto, era stato continuamente rielaborato sia nelle fonti scritte che iconografiche, perché erano già contraddittorie le versioni dei testimoni del miracolo stesso. Da una parte il potente frate Elia aveva affermato la straordinaria scoperta dei segni di Cristo sul cadavere del santo.
Dall’altra parte frate Leone, amico e confessore di Francesco, aveva parlato di un colloquio rasserenante con il serafino, un angelo fiammeggiante a sei ali apparso a Francesco sul monte della Verna (1224), e poi della comparsa delle stimmate.
Tommaso da Celano aveva cercato un compromesso, costretto a modificare il racconto serafico nelle successive biografie perché il messaggio dell’apparizione del serafino-crocifisso era troppo complesso per stabilizzarsi in un racconto e in un immagine fissi. Tommaso da Celano propose un’identificazione del tutto spirituale con le sofferenze del Salvatore.
Per questo dunque in alcune immagini di Francesco sulla Verna né il santo né l’essere angelico mostrano i segni delle stimmate. Spesso tre raggi si dirigono dal serafino verso il viso di Francesco a significare quel colloquio risolutore con l’essere celeste testimoniatoci da frate Leone. A cominciare dalla scultura del XIII secolo ancora nella cappella delle Stimmate alla Verna.
Bonaventura, invece, adoperò le fonti precedenti come tessere di un mosaico con le quali fornì una versione univoca, pacificante, del prodigio della Verna, facile da illustrare ma profondamente alterata nella sostanza. Egli si riaccostò alla testimonianza di frate Elia e suggerì una sovrapposizione del corpo di Francesco a quello di Cristo crocifisso, e una identificazione di natura non spirituale ma fisica con il Salvatore.
I tratti del serafino si attenuano e per la prima volta si dice che l’essere celeste è Cristo. Bonaventura con la sua biografia e con il suo racconto dello straordinario miracolo, mai udito prima e mai prima accaduto, volle celebrare soprattutto al straordinarietà del fondatore Francesco, perché la sua carne era stata segnata dal marchio divino e dunque un santo “inimitabile”.
L’Ordine poteva riacquistare la pace e la concordia rinunciando a Francesco: impossibile raggiungere le sue vertiginose altezze e continuare a proporre la sua scomoda vita come difficile modello per tutti i frati.
C’erano da prendere a esempio altri santi francescani che già l’Ordine annoverava fra le sue file, dalla vita più semplice a meno inquietante. D’altra parte, frati e devoti, proprio a causa dell’inimitabilità di Francesco, avrebbero continuato a venerare con sempre maggiore ammirazione il fondatore e il santo prestigioso.
Negli affreschi della Basilica superiore di Assisi, che hanno come fonte la “Legenda maior” scritta da Bonaventura da Bagnoregio, l’essere angelico ha decisamente assunto le sembianze di Cristo, con la barba scura, il nimbo e la croce. Contro la tradizione che vuole il serafino chiuso dalle sue ali, l’essere celeste è rappresentato con quelle mediane abbassate, in modo da potere mostrare la ferita del costato.
Innovazione altrettanto significativa fu il collegamento fra mani, piedi e costato di Cristo con mani, piedi e costato di Francesco, mediante raggi che suggerivano come le stimmate provenissero da Cristo.